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Amici,
il voto di fiducia espresso dal Senato sulla Legge di conversione del D.L. 78/10, segna un momento importante nella stagione politico sindacale.
Abbiamo profuso ogni sforzo per cercare di arginare gli effetti nefasti che ancora una volta colpiscono il pubblico impiego, sotto attacco mediatico e normativo oramai da anni.
Il testo originario del D.L. n. 78/10 è stato modificato anche in virtù dei lavori in Commissione Bilancio del Senato che ha recepito alcune delle nostre istanze. Tali modifiche, pur non salvando il testo novellato dalla giusta accusa di essere sempre iniquo e durissimo, ne migliorano in qualche modo l’impatto sul pubblico impiego.
Ho qui raccolto alcune delle principali domande che i nostri iscritti, e i lavoratori in generale, si sono fatti durante questo periodo per chiarire, nero su bianco, sulla base di una volontà di trasparenza assoluta, le risposte che la Federazione Confsal-Unsa sulle principali questioni del momento.
La crisi è reale o è solo uno spauracchio per legittimare misure socialmente impopolari?
La crisi non è un’invenzione politica. Se vogliamo essere precisi, si dovrebbe in realtà parlare di "più" crisi che si intrecciano e che riverberano contemporaneamente i loro effetti sul mercato e sulla popolazione.
Esiste una crisi del sistema paese che ci portiamo avanti da decenni, senza riuscire a risolverla, perdendo ogni occasione per investire quote sufficienti di PIL per formazione e ricerca, leve strategiche vitali per sperare in una ripresa di medio-lungo periodo.
Esiste una crisi della zona euro, aggravata dalla timidezza con cui le classi politiche dei paesi europei hanno affrontato e stanno affrontando le sfide dell’Unione, non riuscendo a creare i necessari sistemi di governance idonei a scongiurare crisi future. Non ne parla più nessuno da settimane, ma l’operazione di salvataggio della Grecia costa una cifra spaventosa all’Italia, e grava sulle tasche di tutti noi. Eppure chi ritiene sbagliato l’intervento di aiuto, pensando al suo tornaconto, compie un grave errore, non comprendendo che i destini non solo storici, ma economico-finanziari dei paesi della zona euro sono così legati tra loro che il crollo di un paese significa il fallimento di tutta la zona euro, con ripercussioni facili da immaginare.
Esiste poi una crisi internazionale, segnata da una riallocazione di risorse, da una frenesia dei mercati finanziari, dalla ferocia e dalla volatilità degli strumenti speculativi, dal tentativo di raggiungere un nuovo equilibrio che ridisegni gli scenari del potere economico e politico su scala planetaria, con l’emersione di nuove potenze e il declino di quelle vecchie.
In questa situazione, che per molti versi travalica la capacità e la possibilità di azione di ogni governo nazionale, intervenire per dare stabilità alla propria economica, con misure di risanamento, è una strada necessaria. Costosa per tutti, ma necessaria. Lo diciamo con senso di responsabilità quindi: la manovra è stata una necessità, seppur ribadiamo che poteva essere costruita in modo migliore.
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